Scipione Emiliano e Traiano: grandi condottieri.

16 Giu 2020 | Personaggi famosi

Ovviamente quando si parla di Roma Antica e dell’Impero Romano, un capitolo esercito non può mancare. Dall’esercito romano ha dipeso grande parte dell’incredibile storia di Roma antica, e l’esercito ha garantito gloria e stabilità al mondo dei Romani per tanto tempo.

E’ altrettanto evidente che dietro alle grandi imprese ci sono normalmente grandi uomini; proprio questi, guidando le legioni, a volte in regioni lontane del mondo allora conosciuto, hanno portato Roma ai suoi più grandi successi. Ed allora abbiamo deciso di parlare di due grandi condottieri, che hanno servito Roma, in epoche e modi diversi: Publio Cornelio Scipione Emiliano e l’imperatore Traiano.

Parliamo cioè di un “generale” dell’età repubblicana e di un princeps del II sec. d.C. Abbiamo scelto loro, perchè in un certo senso due aspetti li accomunano: l’imperium, potere militare che ebbero l’onore di detenere durante episodi famosi della storia di Roma; e l’assedio, un’arte che entrambi hanno scelto di impiegare in momenti cruciali della storia.

Ma cominciamo dal primo in ordine cronologico: Publio Cornelio Scipione Emiliano.

Scipione Emiliano era il figlio naturale di un altro, ma un po’ meno noto, eroe di guerra dell’età repubblicana, Lucio Emilio Paolo, trionfatore nella terza guerra macedonica e perciò conosciuto con l’appellativo di Macedonico. Emiliano fu adottato da Publio Cornelio Scipione, divenendo nipote adottivo del grande generale Scipione l’Africano, che aveva sbaragliato i cartaginesi nelle battaglie di Ilpia e Zama.

E per natali, e per adozione e frequentazione, Scipione Emiliano era giustamente destinato ad  una brillante carriera politica. Ma Scipione Emiliano andò ben oltre gli ordinari successi personali. Fu lui ad annientare definitivamente due nemiche giurate di Roma: Cartagine e Numanzia.

Ma procediamo con ordine. A 17 anni, Emiliano si era già mostrato “militarmente “ maturo tanto da distinguersi per alcuni successi militari ottenuti durante la campagna in Macedonia, nella quale aveva seguito il padre naturale Lucio Emilio Paolo. Sappiamo che partecipò all’epica  battaglia di Pidna, in cui Emilio Paolo, suo padre, travolse l’esercito nemico uccidendo 20.000 soldati nemici e facendo 11.000 prigionieri, a fronte dei 100 caduti Romani.

Emiliano aveva avuto dunque  un battesimo alle armi di tutto rispetto e le cariche che vennero a seguire, non fecero che rispondere alle sue aspettative. Nel 151 a.C , Emiliano era diventato già Tribunus militum al servizio di Lucullo in Spagna. In età repubblicana il grado di Tribunus militum nella gerarchia militare, era secondo solo a quello del Consul, alle cui dipendenze i Tribuni  comandavano le legioni.

Quattro anni più tardi, nel 147 a.C, arrivò il più alto riconoscimento, l’elezione al Consolato, addirittura con dispensa dall’età legale. Fu proprio in questa occasione, che sotto le pressioni del Senato, fu chiamato a domare una delle nemiche giurate di Roma: Cartagine. La città fu messa sotto assedio, presa e rasa al suolo. Pare che allora Scipione fosse stato spinto dalle assillanti richieste del senato al gesto estremo raccontato dalle fonti e ci dice lo storico Polibio, suo maestro che lo seguì in guerra, che pianse sulle rovine della città. Un sentimento che racconta di una dimensione insolita, quantomeno, del carattere di Scipione Emiliano, che avrebbe mostrato in seguito ben altra determinazione nella distruzione di Numanzia. Comunque, dopo una serie di cariche puramente politiche, fu eletto censore nel 142 a.C.,  nel 134 a.C fu eletto nuovamente Console e con i pieni poteri militari di cui disponeva partì alla volta della Spagna, per piegare Numanzia.

Numanzia era la città più importante del regno dei Celtiberi, un centro ricco e prosperoso dell’Hispania centro-orientale. Un po’ per la sua florida condizione, un po’ perché da sempre compresa nella sfera di influenza di Cartagine, Numanzia aveva una naturale inclinazione all’inimicizia con Roma. Così quando i Romani volsero le loro mire sull’Hispania, divenne la roccaforte delle resistenza antiromana. Inizialmente la situazione volse a favore dei Celtiberi, che inflissero una prima drammatica sconfitta ai Romani, battendo i 30.000 soldati comandati da Quinto Fulvio Nobiliore. E per i successivi 20 anni la città continuò ad avere fortuna. Poi arrivò Emiliano. Si sa che all’epoca certi popoli vivessero in “regime di città”, cioè prosperassero grazie alla leadership di un centro nevralgico, da cui dipendevano. Per i Celtiberi, Numanzia era appunto il cuore pulsante, e Emiliano lo sapeva bene. Con un’abile politica di intimidazioni e minacce spinse gli Iberi a rinunciare ad ogni fantasia di alleanza con Numanzia, saccheggiò il territorio dei Vaccei e poi si dedicò ai Numantini.

L’arte dell’assedio si basava allora su un semplice presupposto: una volta isolati gli assediati da ogni possibile alleato bisognava creare in loro un senso profondo di incertezza ed affamarli, chiudendogli la via ad ogni rifornimento. Ma come? il sistema più semplice era quello dell’agger:  si circondava la città nemica con una cinta chiamata circonvallazione costituita da un terrapieno, un’alzata di terra, munita o meno  di una palizzata di rinforzo. Questo era il sistema base. Ma Scipione fece di più: costruì una seconda cinta, più grande, una controvallazione che proteggeva i Romani alle spalle da eventuali minacce esterne.

La tattica pagò e dopo un anno la città capitolò. I Numantini erano disposti alla resa e tentarono la strada del negoziato, ma presto si resero conto che non c’era possibilità di trattare; così gli uomini, in un gesto estremo, si lanciarono contro i Romani in un ultimo disperato assalto; alcuni degli altri superstiti, vista la fine imminente appiccarono il fuoco alla città e si gettarono fra le fiamme; altri catturati e ridotti in schiavitù furono condotti a Roma dove sfilarono come bottino di guerra.

Insomma, Scipione Emiliano aveva perso, pare, quella sensibilità che Polibio aveva decantato nella vicenda di Cartagine. Ma si sa che Roma, il potere, trasforma gli uomini, fino a guidarli, a volte, verso un tragico epilogo: e così il consumato politico, che pure contribuì alla condanna dei Gracchi, suoi cognati, morì qualche anno più tardi, non sul campo di battaglia, ma a casa sua alla vigilia di una famosa orazione in Senato, ed in circostanze misteriose.

Chi nacque e morì da soldato, fu invece il nostro secondo grande generale, l’imperatore Traiano.

Traiano fu forse il più grande comandante di sempre: primo imperatore proveniente dalle province, ma allo stesso tempo il Princeps che portò Roma alla sua massima espansione. Dopo di lui Roma avrebbe cominciato a scricchiolare. Traiano era anche lui “figlio d’arte” : suo padre era stato un brillante e fedele legato di Vespasiano e Tito durante la guerra giudaica. Era di indole pacata, equilibrato, e non incline all’ira, ma come soldato infaticabile: partendo dal basso scalò tutti i gradi della gerarchia militare in poco tempo. Trascorse una decina di anni come tribuno militare lungo il confine renano ed in Siria, per poi assumere la carica di legatus legionis, la più alta allora dopo quella di governatore (Legatus Augusti pro praetore), che pure ricoprì quando gli fu affidata la Germania Superiore.

Militò dunque come soldato nelle zone più turbolente dell’impero e  durante il governatorato in Germania, nel 97 d.C., fu infine adottato ed associato al potere da Nerva. Una volta eletto imperatore, la sua condotta non cambiò molto: non si trasformò in un politico rilassato, ed a differenza di altri Principi, che furono trionfatori, senza mai raggiungere il campo di battaglia, Traiano fu alla testa dei suoi uomini fino alla fine. Ma l’impresa più famosa fra tutte, nella memoria collettiva, è quella delle guerre Daciche, forse anche grazie alla meravigliosa colonna coclide che ancora oggi ce le racconta. 

Nella vicenda Traiano mostrò tutta la sua competenza e vendicò le offese subite dal popolo romano, estirpando un nemico che poteva diventare col tempo una minaccia sempre più grande per i Romani.  A capo dei Daci allora c’era Decebalo , che guidava un regno potente costruito attorno ad una florida capitale Sarmizegetusa Regia (nell’attuale Transilvania). Decebalo era ambizioso, forte e temuto da tutti i popoli dell’area Danubiana; in più, aveva inflitto già all’epoca di Domiziano, pesanti sconfitte ai Romani. Nella più clamorosa aveva perso la vita anche il prefetto del pretorio di Domiziano stesso, Cornelio Fusco.

Era ovvio che un soldato in cerca di nuove conquiste e grandi imprese, non potesse fare altro allora che volgere lo sguardo verso est, al regno di Decebalo. Così, nell’anno 101 d.C Traiano, partì con 400.000 soldati alla volta della Dacia. Ottenne, in circa un anno di campagna, buoni risultati espugnando le fortezze attorno alla capitale di Decebalo e vincendo nelle battaglie di Tapae e Novae, ma con fatica e non fu un vero trionfo. Quindi, quando Decebalo sembrò volersi piegare all’autorità di Roma e rassegnarsi al ruolo di re cliente, Traiano ritirò le truppe. Ma già dopo poco tempo il re dei Daci rialzò la testa, tradendo gli accordi fatti coi Romani: allargò il suo regno a danno degli alleati romani nel territorio, i Sarmati iagizi; chiamò i popoli della regione alla rivolta contro Roma, sobillandoli; ed infine attaccò alcuni presidi romani. Ma Roma si sa, non tollerava rivolta, così Traiano partì di nuovo nel 105 alla volta della Dacia. Questa volta sferrò un attacco diretto alla capitale Sarmizegetusa, ed iniziò l’assedio. Arrivati alle mura della città, i legionari le assaltarono proteggendosi con i loro scudi grazie allo schieramento a testuggine, testudo, formata da 25 armati disposti su 5 file; arcieri e frombolieri lanciarono una pioggia di ghiande e dardi, poi seguirono i giavellotti dei fanti. Non appena la resistenza degli assediati fu contenuta, le scale d’assalto furono appoggiate al muro ed i soldati raggiunsero la sommità delle mura stesse, iniziando un violento corpo a corpo. Sarmizegetusa era presa. Decebalo fuggì e per un periodo si diede ad incursioni e guerriglia disordinata, poi braccato dai soldati romani, per non essere catturato si suicidò. E Traiano come morì?

Non da politico, non da vinto. Morì mentre guidava il suo esercito di ritorno da una campagna in Oriente. Nei suoi piani, Roma doveva diventare il più grande Impero di sempre, guidato da un condottiero che avrebbe superato per fama ed imprese lo stesso Alessandro Magno. Ma la malattia stroncò Traiano prima che potesse raggiungere i suoi obiettivi. Nel 117 d.C. sfinito dall’idropisia e sfiancato dalle lunghe marce in cui non aveva mai smesso di accompagnare i suoi soldati, morì in Cilicia. Nessuno dopo di lui rese Roma ancora così grande, e subito dopo la sua morte, alcune delle sue conquiste cominciarono a sgretolarsi; tutto ciò però era prevedibile: con la morte dell’Imperatore veniva a mancare uno dei più grandi condottieri di tutti i tempi.