Libri, biblioteche e librerie nell’antica Roma

11 Apr 2020 | Vita quotidiana

Uno degli strumenti o mezzi di diffusione principale della cultura è ovviamente ai giorni nostri il libro e considerando quanto la cultura classica sia stata determinante nella nascita della nostra moderna, forse vi sarete chiesti quale parte abbia avuto il libro in tutto ciò. O forse vi sarete chiesti se il libro esisteva nelle forme in cui lo conosciamo noi oggi. Insomma i Romani leggevano i libri? Che formato avevano? Quale era la lunghezza consigliata per un testo e soprattutto a quale parte o momento della vita di tutti i giorni apparteneva la lettura? Non leggevano certo durante il viaggio in autobus o in treno che li conduceva al loro posto di lavoro. Allora cominciando dal principio si può dire che nel mondo dei romani due sono i concetti essenziali che fanno da cardine alla loro cultura: otium et negotium.

Cioè a quanto ci raccontano le voci più importanti della letteratura latina ci sono due momenti ben distinti nella vita di ogni romano di rango. L‘otium che non è il bighellonare, il semplice astenersi da ogni attività per riposo o pigrizia, come ce lo possiamo immaginare, ma è una sospensione delle proprie attività quotidiane, quelle commerciali e quelle pubbliche; il negotium che queste attività le riassume e raccoglie in una semplice e sintetica definizione.

Allora che la vediate come Cicerone, Orazio o Seneca il punto è sempre lo stesso.

Che l’otium sia una fase da praticare per essere più efficaci ed efficienti nei negotia , come ne parla Cicerone nel De Oratore, che sia quella boccata d’aria che vi impedisce di essere sopraffatti dall’ambizione e magari vi dà sollievo dalle pene amorose (come lo descrive Orazio nei Remedia Amoris) o volendo essere estremi che l’otium sia addirittura “una repubblica a sè” più grande ed alta del piccolo mondo delle nostre attività quotidiane, siamo sempre lì: l’otium è il momento in cui si nutre l’anima con la cultura e lo si fa leggendo e magari scrivendo.

La lettura lo studio è un po’ un must per una persona di rango nell’antica Roma. Sono meno democratici di noi in questo, sicuramente. E la letteratura fa status tanto che Seneca arriverà a criticare quei proprietari di enormi biblioteche ed innumerevoli libri che però non ne conoscono nemmeno il catalogo. Tutto serve a trasmettere un’immagine, un’immagine da intellettuale che evidentemente aveva la sua presa, faceva figura. C’è quel famoso quadretto di Pompei poi che rappresenta una coppia di sposi: lei tiene in mano uno stilo ed una tavoletta cerata, come a dire che si diletta nella scrittura, lui lettore appassionato ha in mano un rotolo. Cioè due intellettuali del I sec. d.C.

Ma come stanno veramente le cose? Oltre l’apparenza? Come erano i libri e che mercato avevano?

E partiamo dal nome. Libro, liber è un termine di origine naturalistica per iniziare. Ce lo conferma Isidoro di Siviglia, vissuto fra il VI ed VII secolo d.C. quando ci dice che il liber è lo strato interno della corteccia unito al legno e che i volumi si chiamavano così perché quello era il supporto su cui si impaginavano i primi. Sembra assurdo ma ci sono strane citazioni ricorrenti nella tradizione delle fonti. Pare niente meno che il folle imperatore Commodo scrivesse su scorze di Tiglio gli elenchi delle persone da eliminare. Quindi, una prima distinzione da fare è quella delle superficie scrittorie. E forse questa è la parte più nota della faccenda. Papiro, tavolette di legno cerate, pergamene e pare pure la tela di lino (libri lintei) sono i supporti normalmente impiegati dai romani. Sostituivano le nostre pagine di carta. L’aspetto più interessante però è forse quello del formato. Gli antichi classificavano i loro libri soprattutto in base alla forma in cui si presentavano.

C’era il Volumen, da volvere cioè srotolare ed avvolgere di nuovo, cioè il rotolo.  Ecco quando noi siamo in presenza di un’opera particolarmente impegnativa sesso parliamo di Volumi, sezioni in cui l’opera è suddivisa. Ebbene in questo siamo “antichi romani”. Il volumen di suo era piuttosto impegnativo, normalmente misurava intorno ai 10-12 metri e prevedeva una serie di 20 fogli, facciate regolari da ottenere srotolando ad arte il volumen. Tuttavia, pare non fosse abbastanza. Era molto difficile che un rotolo unico potesse contenere l’opera intera quindi i volumina sono i tanti rotoli sezioni in cui un’opera grande è suddivisa, cioè a volumi, come per noi.

C’era poi un secondo formato altrettanto diffuso ed apprezzato: il codex. Il codex non si avvolgeva e svolgeva come un volumen, perché era confezionato in modo diverso. Si piegava semplicemente la pelle, la pergamena, ad arte. E ciò si faceva normalmente assemblando 4 fogli, otto pagine cioè 16 facciate nel famoso quaternio.

E poi c’erano i giornali i quotidiani, cioè glia Acta Diurna, in un formato poco maneggevole. Le notizie venivano scritte su appositi muri imbiancati e poi all’occorrenza copiate a pagine dai librarii che le vendevano a pagamento. Le forme meglio redatte venivano addirittura archiviate nelle biblioteche pubbliche e messe a disposizione degli studiosi. Non abbiamo inventato e nemmeno il data base a quanto pare e nemmeno la pratica di digitalizzare i vecchi giornali per avere un archivio storico.

Fin qui capirete che a parte il discorso del formato spesso poco pratico, i romani sono d’una modernità incredibile nella redazione e gestione del publishing. Ma non finisce qui perché a quanto pare il self publishing era la piattaforma di distribuzione preferita da tanti. E’ Proprio nei momenti di otium citati precedentemente che i romani erano scrittori, ancor prima che lettori. All’interno delle loro Domus dettavano le loro opere a schiavi specializzati, chiamati anche loro librarii. Alcuni autori non potevano fare a meno di questi servizi di segreteria, che consistevano non solo nel dettare ma anche nel copiare le opere per diffonderne il testo. Di Plinio il vecchio si dice che fosse un genio talmente infaticabile ed inarrestabile che dettasse le sue opere perfino dal bagno ai suoi fidati collaboratori. A Cicerone pare fosse addirittura necessaria una fase editing che affidava con piacere all’amico Attico che correggeva scrupolosamente le opere del grande autore prima che se ne facessero copie. Sembra poi che Attico gestisse la cosa in modo molto professionale gestendo un grande Scriptorium, cioè un laboratorio di scrittura specializzato a Roma. Un’attività di grande successo una sorta di casa editrice ante litteram. Fin qui sembra che tutto fosse organizzato secondo principi imprenditoriali piuttosto “moderni”. Tuttavia il sistema romano aveva grosse lacune in confronto al nostro. Logico.

Ciò che manca in antico, ad esempio, sono i diritti d’autore : una volta copiate le opere entravano in circolazione fra amici familiari e non solo. A volte si diffondevano in modo capillare diventando veri e propri best sellers, ma all’insaputa dei propri autori. Incredibile!

Tuttavia accanto a questa distribuzione un po’ fai da te c’erano dei circuiti ufficiali.

In alcuni quartieri di Roma c’erano botteghe dei librai che gestivano il mercato dei libri come una moderna attività imprenditoriale.

In queste librerie si potevano acquistare o ordinare copie dei libri più gettonati del momento. E l’offerta era straordinariamente varia. Erano disponibili versioni economiche a volte un po’ più scadenti nell’esecuzione o povere nei materiali o edizioni di lusso, per un pubblico più esigente. E che giro di soldi poteva produrre il commercio dei libri? Sorprendentemente non da poco.

Ecco se si considera il potere di acquisto della moneta romana in parallelo al valore o prezzo di acquisto di alcuni beni oggi, potremmo dire che un sesterzio corrispondesse a circa 2 euro per noi. Un denario corrispondeva a circa 4 sesterzi ed un ‘edizione di lusso di Marziale poteva arrivare fino a 6 o 7 denari. Cioè 48 o 56 Euro di adesso? E allora? Le edizioni di lusso erano in un certo senso edizioni limitate, su richiesta per pochi eletti. il più del guadagno si faceva sulle edizioni economiche. Bisognava però distribuirne una certa quantità. Una testimonianza preziosa in questo senso ce la fornisce di nuovo Marziale che affronta molto concretamente la cosa, spinto da necessità economiche. Marziale ci riferisce nei suoi Epigrammi (Epigr., I,2) l’indirizzo del libraio “dietro l’ingresso del Foro della Pace” ed il nome del “liberto Secondo” da cercare per trovare i suoi libretti. Gli preme “vendere”. Ma la cosa più moderna fra tutte qual è? Che come i grandi della letteratura moderna Marziale rimase povero in canna: “la mia borsa non ne sa niente” lamentava Marziale in un suo celebre epigramma(Epigr., XI,3). E citava Mecenate che fece la fortuna di Virgilio, come a dire che uno sponsor come si deve può fare la differenza.

Insomma l’editoria era un business complicato nel mondo romano.

e la riflessione che possiamo fare al termine di questa nostra prima incursione nel mondo antico è sicuramente questa: Ma quanto sono moderni questi Romani!

Per saperne di più
Approfondimento: I Supporti
i supporti scrittori erano vari e diversificati. Nel mondo romano ne ritroviamo differenti tipi. A favorire il maggior successo dell’uno o dell’altro sono stati vari fattori: le possibilità economiche, il passare del tempo e la diffusione di nuove tecniche o semplicemente la maggiore reperibilità degli uni rispetto agli altri. Comunque che si trattasse del percorso di apprendimento di giovani allievi o di pubblicazioni di Stato o opere letterarie di rilievo i materiali supporti scrittori ricorrenti sono:
La tabula cerata. La tabula cerata era una tavoletta di legno su cui veniva steso uno strato di cera. La superficie veniva incisa tramite uno Stilus un bastoncino appositamente appuntito. Questo antenato della matita permetteva di tracciare segni sullo strato di cera scavandolo.Nel caso in cui fossero commessi errori era sufficiente ripristinare la superficie liscia stendendo nuovamente la cera.
L’uso di questo supporto , le tabulae, apparentemente poco pratico non era limitato alla sfera privata, ma impiegato anche nel contesto pubblico della registrazione di Stato.
Prima di essere sostituite dal papiro le tavolette cerate venivano utilizzate anche per il census, il famoso censimento romano che si teneva ogni 5 anni (tabulae censoriae) e lo scrittore Varrone ci riferisce di come le tavolette potessero essere “congiunte fra loro” a creare un numero rilevante di codici utili alla registrazione dei documenti pubblici. Del resto a pensarci bene la radice della parola Tabula la ritrovate in luoghi importanti della vita pubblica e di stato dei Romani. Basti citare il Tablinium della casa romana o su più larga scala il Tabularium, cioè l’archivio di stato che si trovava nel Foro Romano.

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