L’ insula e la vita nei condomini di Roma

2 Mag 2020 | Vita quotidiana

La Roma antica non era costituita soltanto da grandi e splendidi monumenti come può apparire agli occhi dei moderni visitatori. In questo post focalizzeremo invece l‘attenzione sull’architettura “minore” rappresentata dall’edilizia abitativa ed in particolar modo su quella intensiva e popolare, che nell’Insula aveva il suo cardine.

Quando oggi percorriamo le strade di Roma al cospetto dei suoi edifici celebri ed aree monumentali quali il Colosseo, il Pantheon, Foro Romano ed i Fori imperiali emblemi della vita pubblica e sociale della città, ci risulta difficile trovare un “posto” ai suoi abitanti che all’inizio dell’età imperiale raggiunsero l’impressionante cifra di oltre un milione.

Se escludiamo quella piccola percentuale di privilegiati che abitava nelle ricche domus sui colli il resto della popolazione romana era ospitata negli appartamenti delle molte insule della città, le antenate dei nostri palazzi condominiali. Per fare maggiore chiarezza sull’argomento è bene precisare che il termine Insula è da considerarsi ormai improprio (ma continueremo ad usarlo per facilitare la comprensione dell’argomento), come dimostrano i moderni studi sull’argomento. Non era infatti applicato dagli antichi ad un determinato tipo di abitazione, ma poteva indicare indistintamente una proprietà immobiliare sia che fosse una domus che una casa d’affitto. Dopo questa precisazione vediamo ora come si presentava la vita nei condomini dell’antichità.

L’Urbe in continua espansione aveva attirato masse di gente da ogni parte dell’impero in cerca di nuove opportunità o più semplicemente dalla prospettiva di una vita migliore. Un fenomeno per certi aspetti paragonabile al boom demografico ed urbanistico attraversato da Roma negli anni ‘60  e ‘70.

L’insula si presenta perciò come la più logica risposta alla sempre crescente domanda di alloggi contribuendo al progressiva trasformazione della città sia dal punto di vista urbanistico che sociale. 

Le insulae condensarono lo spazio urbano sostituendosi via via a gran parte delle tradizionali case unifamiliari, le domus, ma senza un intervento di adeguamento e potenziamento del sistema viario esistente. Questa urbanizzazione intensiva farà emergere tutti quei problemi, anche oggi non estranei alle nostre periferie, quali il traffico (di cui abbiamo già parlato in articolo), l’inquinamento acustico, l’igiene e la criminalità per citarne alcuni.

Ma chi meglio dei testimoni dell’epoca può descriverci la vita in un insula dei sobborghi di Roma? 

Fra tutti furono Marziale e Giovenale, i quali sperimentarono in prima persona i disagi dei quartieri popolari, a mettere a nudo con la loro ironia e con il loro cinismo le dure condizioni di vita nelle insulae.

In cima alla lista poniamo il rischio dei crolli a cui erano sottoposti gli inquilini che abitavano gli appartamenti di insule che come diremmo oggi non erano a norma di legge. Come osserva Giovenale, “Roma aerea che poggia su travicelli sottili e lunghi come flauti….” e le pareti rattoppate alla buona dagli amministratori senza scrupolo. (Giovenale III, 190 sgg.)

I frequenti crolli erano favoriti dall’eccessiva altezza che potevano raggiungere gli immobili e dal materiale spesso scadente utilizzato dai costruttori. Gli imperatori nel corso della storia di Roma cercarono per quanto possibile di imporre ai costruttori un limite all’altezza delle insulae.

L’imperatore Augusto con la legge de modo aedificiorum urbis del 6 a. C. la fissa a 70 piedi (poco più di 20 metri), anche Nerone dopo l’incendio del 64 varò misure atte a controllare l’altezza dei fabbricati ed in seguito Traiano dovette rinnovare le restrizioni dei predecessori fissando a 60 piedi (18 metri) l’altezza massima. I provvedimenti però non sempre venivano rispettati come dimostra la celebre Insula Felicles, una sorta di “ecomostro” dell’antichità, la cui altezza viene citata proverbialmente da Tertulliano. (Tert.,Adv. Val. 7)

Per sfruttare al massimo il prezioso terreno edificabile a loro disposizione, i costruttori non si facevano scrupolo ad erigere Insulae pericolosamente ravvicinate come racconta ironicamente marziale a proposito del suo dirimpettaio Novio che poteva toccare con la mano dichiarando “…chi non mi invidia e non ritiene ch’io sia beato ad ogni istante, potendo godere d’un tanto intimo compagno?” (Marziale, Satire, I, 86)

L’estrema vicinanza degli immobili poteva essere inoltre particolarmente deleteria in caso di un incendio. Si trattava di una delle grandi preoccupazioni degli abitanti di Roma visto che gli problema si verificava all’epoca con una certa regolarità. L’illuminazione, il riscaldamento e la cottura dei cibi avveniva infatti tramite l’uso del fuoco e dei bracieri e la minima disattenzione poteva risultare fatale. Le fiamme, propagandosi facilmente tra le varie insulae, diventavano spesso impossibili da domare provocando disastri di enormi dimensioni come il famoso incendio del 64 e quelli dell’epoca di Domiziano e Commodo.

Ecco perchè Giovenale, rivolgendosi all’inquilino del terzo piano, dice “già il terzo piano brucia e tu non sai nulla. Dal pianterreno in su c’è lo scompiglio, ma chi arrostirà per ultimo è quel miserabile che è protetto dalla pioggia solo dalle tegole, dove le colombe in amore vengono a deporre le loro uova.“(Giovenale, Satire, 197)

L’inquinamento acustico è un’altro di quei problemi di cui soffrivano i cittadini dei quartieri popolari. Al pian terreno delle Insule negozianti ed artigiani con i loro rumorosi esercizi commerciali e botteghe (tabernae) con inevitabilmente turbavano la quiete cittadina come lamenta Seneca costretto a sentire le “….urla dei pasticceri, dei rosticceri, e dei vinai che si sgolano a proporre le proprie merci con grida diverse, il maniscalco che abita nella mia stessa casa, il fabbro che è il mio vicino ….. immaginatelo quando prova le trombe e i corni….” (Seneca, Epist. ad Luc., VI, 56, 1-6    )

Nelle insule erano inoltre assenti i servizi igienici ed i condomini dovevano rivolgersi ai bagni pubblici del quartiere quali foriche, balnea, latrinae. Per espletare i bisogni in casa si utilizzava invece il vaso (lasana) qualcosa di simile ai vasi da notte in uso fino a poche generazioni fa, il cui contenuto si riversava in un grande contenitore condominiale (dolium) presso il vano scala in attesa del ritiro da parte del servizio di nettezza urbana (stercoreis exportandeis caussa). Ma le cattive abitudini degli inquilini è ben nota a Giovenale che suggerisce “considera da quale altezza precipiti un coccio a fracassarti la testa: quanto sia frequente il caso che dalle finestre scendano giù vasi incrinati o rotti , roba pesante, che lascia il segno persino sul selciato. Sei davvero un negligente o imprudente  se quando ti invitano a pranzo fuori  ci vai senza aver fatto testamento” (Giovenale Satire, III, 268)

Anche l’approvvigionamento dell’acqua potabile avveniva con fatica visto che si doveva attingerla alle fontane dei cortili interni o presso quelle che si trovavano sulla strada in genere presso gli incroci.

Ma che aspetto avevano le Insule di Roma?

Insula dell’Ara Coeli, Roma

A Roma la continuità abitativa ininterrotta ha limitato le testimonianze archeologiche di Insule soltanto a rari esempi. Il più noto è l’Insula dell’Ara Coeli conservata per tutta l’altezza pari a sei piani e che costituisce un ritrovamento di eccezionale importanza per la sua unicità.

L’insula è invece ampiamente documentata nel sito archeologico di Ostia antica una impareggiabile fonte di informazioni in materia di edilizia abitativa ed in particolar modo di quella intensiva sebbene i crolli degli edifici ne limitano l’indagine al solo piano terra.

Se ne deduce che le insule potevano assumere caratteristiche e aspetto diversi in base alla città o alla zona in cui sorgevano. Ma potevano riflettere anche al proprio interno le condizioni degli inquilini.

Esistevano infatti i piani nobili che non corrispondevano all’odierno attico come potremmo pensare, ma ai piani più bassi. Nelle categorie più signorili il pian terreno poteva infatti essere occupato da una vera e propria domus, affittata ai più facoltosi o abitata dal proprietario dell’intero immobile. Negli altri casi dove comparivano i negozi al piano terra era il primo piano quello considerato nobile. Le ragioni sono da ricondurre ai maggiori confort rispetto agli inquilini dei piani alti, che si denota negli appartamenti più spaziosi e raffinati, dotati di balconi spesso come racconta Plinio abbelliti da fiori e pergolati e non da ultimo nella comodità di non dover troppe scale. 

Se gli inquilini delle insulae vivevano sottoposti a stress di varia entità soprattutto coloro che abitavano nei quartieri popolari, chi ne deteneva il possesso al contrario faceva affari d’oro.

Da quel che emerge dalle fonti si deve ritenere infatti che gli introiti dalla locazione degli appartamenti di un insula dovevano essere particolarmente cospicui. 

Se l’Insula non costituisse per gli antichi un buon investimento non si spiegherebbe infatti il motivo per cui il protagonista del Satyricon nel proprio testamento lascerebbe in eredità anche un’insula (Petronio, Satyricon, 71, 2).

E Caelio Rufo non avrebbe dovuto ricorrere a Cicerone per farsi difendere dall’accusa di pretendere un affitto troppo alto se la cifre contestata non ammontasse a ben 30.000 sesterzi l’anno, una cifra ragguardevole anche per gli standard di oggi. (Cicerone, Pro Caelio, 17)

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