Il traffico nella Roma antica

19 Apr 2020 | Vita quotidiana

Pensare che il traffico sia una piaga che affligge soltanto le moderne grandi città solo per il fatto che gli antichi romani non avevano raggiunto il nostro livello di tecnologia è un grosso errore. Il traffico nell’antica Roma come l’inquinamento acustico, lo smog, gli incendi, la disoccupazione, la delinquenza, costituiva infatti uno dei gravi problemi con cui i cittadini dell’Urbe dovevano convivere ogni giorno.

Sono soprattutto Seneca, Marziale e Giovenale, con i loro racconti realistici, prodighi di curiosità e divertenti aneddoti, a mettere a nudo le difficoltà ed i disagi di una città sovraffollata, caotica e priva di un’adeguata rete di strade. 

A tal proposito citiamo le suggestive parole di Seneca che ci descrivono la folle di gente che “… Questi scorrono via in un fiume ininterrotto al quale gli ostacoli non impediscono di divenire ben presto torrenziale, e per quelle stradette neppure degne di un villaggio, è tutto un mondo, all’ombra o al sole, che va, viene, grida, si accalca, si spinge e si urta.” (Seneca, De clem., I,6)

Anche la documentazione archeologica conferma questa immagine della città. Nei preziosissimi frammenti della Forma Urbis infatti, la mappa catastale marmorea dell’antica Roma, si nota chiaramente la densità abitativa e si riconoscono le strette e tortuose strade di cui si lamentavano gli scrittori antichi.

Una traccia tangibile della viabilità antica è poi ancora presente in quelle zone (dove sono meno evidenti gli interventi di rinnovazione urbanistica che seguirono l’unità d’Italia) come trastevere dove nei suggestivi vicoli e possibile riconoscere gli oscuri angiporti e gli stretti vici della Roma antica.

Ma in che modo le autorità contrastano il problema del traffico? 

Chi governa oggi una grande città, prima o poi si trova a far fronte ad emergenze legate al traffico. All’epoca erano gli edili, le autorità preposte alla cura viarum, cioè alla manutenzione delle strade ed alla gestione del traffico, che, di fronte al continuo crescere della città e della sua popolazione, adottavano di volta in volta dei provvedimenti per migliorare la circolazione in città.

L’intervento che segnò una svolta alla circolazione del traffico nella Roma antica fu quello messo in atto da Giulio Cesare nel 45 a.C.  con la lex iulia municipalis. Ciò che riuscì al celebre personaggio fu quello di trasformare Roma in una immensa area pedonale diurna anticipando così di un paio di millenni la nostra ZTL.

Da quel giorno infatti ….”nessuno potrà condurre carri nelle vie della città  di Roma dal sorgere del sole fino all’ora decima, tranne che per trasportare materiali da costruzione per i templi degli dei immortali o per altre grandi opere pubbliche, o per trasportare i materiali di demolizione. La concessione vale solo ed esclusivamente in questi casi. È permesso che circolino in città i veicoli delle vergini Vestali, del Rex sacrorum, dei Flamini in occasione dei pubblici sacrifici, il carro del trionfatore, i carri da corsa nei giorni in cui vi sono corse a Roma è nel raggio di un miglio dalla città, e quelle delle processioni del circo. Godono di questo privilegio i veicoli entrati in città durante la notte o quelli adibiti al trasporto delle immondizie.”

Il provvedimento messo in atto da Cesare si rivelò vincente visto che più tardi l’imperatore Claudio decise di estendere questa restrizione a tutte le città e dell’Italia e Marco Aurelio in seguito addirittura a tutto l’impero.

Fu però una scelta draconiana che antepose il bene della comunità a quello del singolo. 

Da quando la legge entrò in vigore la vita in città non sarà più come prima: i cittadini avranno dovuto adattare inevitabilmente le loro abitudini ed attività lavorative ai nuovi ritmi imposti. La portata assunta da quella scelta la si comprende meglio se paragonata a quella, presa negli ultimi tempi, dai governi sul distanziamento sociale e sulla quarantena per contrastare l’emergenza dovuta al Corona virus.

Durante le ore di luce la popolazione romana si riversava nelle strade della città finalmente liberate dai carri e da qualsiasi altro ingombrante mezzo a trazione animale, ad esclusione di quelli dei membri più importanti collegi religiosi e degli appaltatori ai lavori pubblici.

Anche i nobili dovevano rassegnarsi alle nuove regole ma la condizione di privilegiati permetteva loro di servirsi di tutta una serie di agi impensabile per la comune gente. Come racconta Marziale (Marziale, Epigrammi X, 74) costoro venivano infatti condotti da robusti schiavi dentro comode e lussuose liburne o lettighe dentro le quali scrivevano, mangiavano e persino dormivano. Il piccolo corteo che scortava il nobile era inoltre provvisto di un servo battistrada chiamato anteambulonis che aveva tra i suoi compiti proprio quello di farsi largo tra la folla.

I carri durante il giorno avevano intanto gremito le aree di sosta a loro riservate fuori le mura o ai margini della città chiamate area carruces qualcosa di simile ai nostri parcheggi a lunga sosta. Ad esempio se ne trovava una presso porta Capena da dove iniziava la trafficatissima Via Appia e sempre nei pressi si effettuava il cambio delle vetture della corte imperiale.

Al calar della sera iniziava dunque l’invasione delle strade da parte di ogni genere di mezzo di trasporto e le operazioni per rifornire la città. 

Se si immagina la mole di merci e materiali da destinare alle innumerevoli botteghe, magazzini, mercati ed altri edifici pubblici e privati e se ci aggiungiamo poi le lunghe file per entrare in città, tali operazioni potevano prolungarsi fino a tarda notte. Il modo in cui poi si svolgevano era tutt’altro che silenzioso e inevitabilmente si ripercuoteva sul sonno di quei romani che abitavano in centro e non potevano permettersi una casa sui colli.

Le parole di Giovenale inquadrano a meraviglia tale problematica: “Qual mai casa d’affitto consente il sonno? Solo ai gran quattrini è permesso il sonno (cioè i facoltosi che si potevano permettere una casa isolata sui colli). La colpa di questo malanno ce l’hanno i carri che fanno su e giù per i vicoli angusti e lo schiamazzo delle mandrie ferme, che toglierebbe il sonno anche a Druso o alle foche”. (Il sonno dell’imperatore Claudio, qui citato con Druso, come quello delle foche, era divenuto proverbiale). (Giovenale Satire III, 234 seg.)

Anche Marziale doveva soffrire d’insonnia se lo sentiamo rimpiangere il piccolo podere che aveva a Nomentum una piccola e tranquillità località fuori roma. (Marziale, Epigrammi XII, 57)

Per concludere dobbiamo riconoscere che la Roma antica, per quanto fosse grande in termini di potere, dimensioni e monumenti, non lo era purtroppo per la qualità della propria rete viaria.

Soltanto una legge se pur indubbiamente efficace e che rivela la natura estremamente pragmatica dei nostri antenati, non bastava a sopperire alla mancanza di un vero e proprio piano regolatore, l’unica arma che avrebbe sconfitto il problema dalla radice.

Il traffico resterà perciò sempre una costante nelle strade di Roma fino ai nostri tempi ed anche se non ne andiamo troppo fieri è bello pensare che è pur sempre un’eredità lasciata dalla civiltà più grande di tutti tempi.

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