Dei e culti nell’antica Roma

10 Ago 2020 | Vita quotidiana

Uno degli argomenti più difficili da trattare, quando si parla del mondo romano è la religione. Perchè dalle origini di Roma sino alla fase più drammatica del declino dell’impero il pantheon dei Romani è stato una realtà in continua espansione. Ma cerchiamo di capire insieme quali divinità costituissero questo nutrito gruppo di numi nell’antica Roma. Quando Roma era un un piccolo villaggio ed una civiltà che muoveva i suoi primi passi, meno aperta ad influenze esterne, i Romani avevano le loro proprie divinità autoctone, del luogo.

Fra queste c’erano Bellona, una sorta di personificazione della guerra (da bellum, guerra in latino), che comparve come entità ben definita nel IV secolo a.C ed alla quale fu dedicato nel III sec. a.C un tempio che nella storia di Roma svolse un ruolo importante: nel tempio di Bellona dei sacerdoti, chiamati feziali, praticavano un rito simbolico per assicurarsi la protezione degli dei nel dichiarare guerra ai loro nemici.

Poi c’era Giano : il dio del passaggio, nel tempo e nello spazio, al quale si sacrificava ogni primo del mese. E naturalmente le divinità legate ad agricoltura e pastorizia, Conso, dio del grano, come Ops protettrice del frumento nel granaio; Pomona, dea latina dei frutti, Pales della pastorizia, Tellus della vegetazione e della semina, Liber et Libera protettori della vite e Robigo invocata per allontanare la ruggine dalle messi. Non bisogna dimenticare poi tutte quelle divinità che personificavano i principi fondanti del mondo romano: Quirino il dio dei cittadini in tempo di pace, Concordia dea dell’unione familiare o politica, Fides garante della parola data.

Già da questo breve elenco, una sorta di rapida carrellata ben lungi da essere un catalogo completo, è chiaro però che il panorama fosse molto complesso.

Tuttavia, non possiamo fare a meno di aggiungere a questa già nutrita schiera le divinità che richiamavano il mondo greco. Ad esempio, non una piena corrispondenza, ma certi tratti comuni possono suggerire un legame fra la greca Hestia e la romanissima Vesta . Vesta era una divinità molto cara ai Romani, venerata in un luogo di culto molto particolare grazie agli uffici svolti dai membri di un sacerdozio altrettanto interessante, ordinato per uno scopo preciso. Ma cominciamo dalla “casa” della divinità, il tempio a lei dedicato nel Foro Romano. Se avete in mente un’immagine tradizionale del tempio romano, su un alto podio ed a pianta rettangolare, con ampia scalinata d’accesso che racchiude un altare per i sacrifici, sappiate che il tempio di Vesta, uno dei più antichi di Roma aveva una forma ben diversa. La struttura era a pianta rotonda. Essendo il culto legato alle origini, pare che questa planimetria dovesse ricordare le capanne dei primi Romani. Ed in virtù di questo legame nel tetto del tempio di Vesta era previsto un foro per la fuoriuscita del fumo e l’ingresso dell’ossigeno. Se però nelle più antiche capanne romane la presenza di questa apertura era giustificata dalla necessità pratica di avere un fuoco all’interno dell’abitazione, anche nel tempio di Vesta l’apertura era legata alla presenza di un focolare, ma con funzione decisamente diversa. Il focolare di Vesta rappresentava il cuore pulsante, la forza vitale di Roma. Ed a tale proposito esisteva una tradizione ben precisa, una sorta di profezia che doveva essere di monito e suggerire ai Romani una cura costante del fuoco sacro. La profezia avvisava che se il fuoco di Vesta si fosse mai spento, terribile sciagure avrebbero colpito la città. E cosi le sacerdotesse vestali con grande attenzione e totale devozione sorvegliavano la fiamma costantemente, perchè questa fosse sempre ardente.

Piena corrispondenza fra divinità greche e romane c’è invece se pensiamo ai grandi nomi del Pantheon romano. Giove altri non è che lo Zeus greco, Giunone ha iconografia e funzioni di Hera, Minerva condivide attributi e competenze della greca Atena, e Marte è per i Romani dio della guerra come il greco Ares. Si potrebbe continuare così ancora a lungo. Ma in fondo non è solo la lunghezza di questo elenco che sorprende, ma anche la sua varietà.

Perché a questi due primi gruppi considerati bisogna aggiungere le divinità straniere, “adottate” dai Romani e gli imperatori divi con le loro consorti divae, cioè divinizzati. Quanto al primo aspetto, va detto che i Romani, saggiamente, permettevano ai popoli conquistati di conservare, se non la loro indipendenza economica e politica, almeno la loro identità religiosa. Quindi sotto il dominio romano ciascuno continuava a venerare le proprie divinità. E spesso, anche grazie alla mediazione delle truppe romane che trascorrevano lunghi periodi nelle province, queste divinità raggiungevano Roma. Grandi templi venivano costruiti per loro, si pensi al famoso Iseo Campense, o luoghi di culto più piccoli , ma piuttosto numerosi. Si pensi ai mitrei, tanti a Roma e tutti edificati in onore del dio orientale Mitra.
In questa apparente tolleranza e libertà religiosa c’era però una condizione, fortemente limitante: si potevano venerare le proprie divinità a patto che si sacrificasse anche all’imperatore. E veniamo al secondo punto: i mortali potevano essere divinizzati. Non tutti ovviamente, ma i più meritevoli e potenti sì. E la pratica iniziò con Giulio Cesare. Egli fu divinizzato per volere di Ottaviano ed in suo onore fu costruito un tempio proprio al centro del Foro Romano, di cui restano ancora alcune rovine.

Dopo di lui tanti altri ascesero al Pantheon romano sulle ali di Aeternitas, mitologico genio alato che faceva da ponte fra mortali e dei. A questa tradizione i Romani univano come al loro solito una certa praticità. Sappiamo che l’apoteosi poteva avvenire solo previa autorizzazione del senato che verificava i requisiti ed approvava l’iter. Ce lo raccontano tanti autori e lo testimoniano alcune iscrizioni sulle facciate dei templi romani. Alcune di esse recitano EX SC, cioè ex senatus consulto, per decisione e delibera del senato. La divinizzazione degli imperatori appare dunque come un misto di meritocrazia e sfacciata propaganda che rendeva l’autorità dell’imperatore in parte divina. Ed è proprio per questo che i Romani sul culto imperiale non potevano transigere: chi rifiutava di venerare l’imperatore era un sovversivo, un pericoloso ribelle che non rispettava i fondamenti del potere romano.

E così arrivò la persecuzione per le religioni monoteiste, che per la natura stessa del loro credo, non potevano ammettere altro Dio che il loro. Feroce e famosa fu la persecuzione contro i cristiani.
Insomma, è chiaro che la religione romana sia un cosmo molto complesso. In fondo parliamo di un patrimonio di tradizioni, leggende che per 12 secoli ha dovuto spiegare ai Romani quello che razionalmente non capivano; che ha dovuto giustificare un impero militare ed autoritario; che ha dovuto integrare popoli di un territorio sconfinato in un’apparente unità religiosa. Eppure nell’affascinante patrimonio che ci hanno lasciato i romani c’è anche questo: storie di Dei, eroi, riti e persecuzioni. Un racconto infinita che dà vita a monumenti incredibili, come il Pantheon ed il tempio di Venere e Roma nel Foro, il Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina o il poderoso tempio di Giove a Palestrina.

APPROFONDIMENTO: Eroi e semidei

Esiste un gruppo nutrito nella mitologia greca e romana di semidei, eroi dalle straordinarie caratteristiche nati dall’unione di dei e mortali. Il più famoso è certamente Ercole, molto amato nel mondo greco, romano ed etrusco, poichè simbolo di tenacia coraggio e successo nell’affrontare imprese e avversità, quelle delle 12 fatiche. Ma in questa sede vogliamo citare una coppia meno nota ma altrettanto cara ai Romani: quella dei Dioscuri o Càstori.

Con il nome Dioscuri venivano designati i due eroi mitici Castore e Polluce, venerati uno come auriga e domatore di cavalli, l’altro come pugile.
La cosa insolita però è che i due eroi, gemelli, fossero l’uno, Polluce, immortale, l’altro Castore, mortale.
La madre dei due, dice infatti la tradizione, si unì la stessa notte con il re Tindaro, mortale, e con il divino Zeus, mutatosi in cigno per l’occasione. I bimbi, prosegue il mito, nacquero perciò da uova generate da Leda, loro madre.

Ma per i Romani chi erano i Dioscuri?
Forse non tutti sanno che erano le divinità invocate da soldati e marinai in difficoltà durante gli scontri.
Inoltre, secondo la tradizione romana parteciparono alla battaglia del Lago Regillo, a fianco dei Romani e ne annunciarono la vittoria apparendo nel foro romano mentre abbeveravano i loro cavalli alla fonte di Giuturna.
Nel 484 a.C, fu loro dedicato un Tempio proprio nel Foro Romano, alcune colonne del quale sono ancora oggi visibili.

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